Benvenuti

C'è una verità che spesso dimentichiamo: la vita sul nostro pianeta non può fare a meno degli alberi, della loro capacità straordinaria di nutrire la vita, di riportare equilibrio e armonia dove noi portiamo confusione e inquinamento. Gli alberi sono indispensabili, non solo perché respiriamo grazie a loro, ma anche perché possiedono una sorta di antica saggezza che possiamo apprendere osservandoli e imparando, per quanto possiamo, a imitarli.



Questo è il tema del mio libro ALBERI, ed è anche il tema di questo blog. Sarò felice di leggere i vostri commenti su questo e su tutto quanto riguarda queste straordinarie creature e il nostro rapporto con loro.



Lilly Cacace Rajola



© La proprietà dei testi e delle immagini contenuti in questo blog è riservata. È consentita la copia, nei limiti del 15%, per uso didattico.

lunedì 28 gennaio 2013

Una proposta... bellissima



"Bellezza motore del futuro" è il nome del disegno di legge proposto da Legambiente per difendere la straordinaria qualità del territorio italiano. Nel comunicato di presentazione dell'iniziativa si legge:


"La bellezza è la principale caratteristica che il mondo riconosce all’Italia ma anche e soprattutto un fattore decisivo su cui costruire il nostro sviluppo. Puntare sulla bellezza è un obiettivo imprescindibile e una chiave fondamentale per capire come il nostro Paese possa ritrovare le idee e la forza per guardare con ottimismo al futuro.
 Questo paese non produce più nuova bellezza, se non per qualche oggetto isolato. Le periferie, il consumo di suolo, l’abusivismo, l’emarginazione dei giovani, l’individualismo esasperato, i tagli alla cultura e alla scuola sono tutti fenomeni che rubano bellezza al nostro paese. Proprio la bellezza, invece,  può essere la chiave per rivedere politiche che interessano fortemente il territorio e concorrono in maniera rilevante a definirne caratteri e qualità".

 
La qualità della vita delle persone nella sua globalità è al centro della proposta di Legambiente: in questa ottica la bellezza non è solo quella delle grandi opere d'arte o delle incontaminate oasi dove la Natura si mostra in tutto il suo splendore, ma anche quella fatta di città sostenibili ecologicamente e socialmente, di territori non più violentati da abusivismo e incendi, di cura per i beni comuni, per l'istruzione, la ricerca, la cultura. La bellezza di Legambiente è quella che odia le diseguaglianze che creano ingiustizia, ma ama la diversità che arricchisce e aggiunge qualità, agli ecosistemi come alla società.
Insomma, come dire che la bellezza non è un diamante isolato, ma un bosco rigoglioso e complesso.
La bellezza è armonia.
 
Tra i primi firmatari della legge Don Luigi Ciotti, Moni Ovadia, Ottavia Piccolo, Roberto Saviano, Ricky Tognazzi, Syusy Blady, Neri Marcorè, Dario Vergassola, Patrizio Roversi, Giuseppe Cederna, Franco Iseppi.
 
Per informazioni e per aderire:
 




 


 

venerdì 25 gennaio 2013

Votare non basta

E' cominciato il solito balletto della campagna elettorale. Tutti fanno polemica contro tutti, ognuno corteggia l'elettorato dell'altro ma i contenuti "veri" restano sullo sfondo. Anche quelli che mettono in risalto problemi reali, come la disoccupazione il perdurare della crisi economica, sono poi molto meno chiari quando propongono le soluzioni. Bersani, che forse è uno dei migliori, si incasina con la questione della patrimoniale (la vuole, non la vuole, la confonde con l'IMU) e va in fibrillazione per la crisi del Montepaschi; Grillo fa il populista ma poi ruggisce contro il redditometro e strizza l'occhio all'estrema destra, Berlusconi che ne parlammo a fà... e così via. Certo non è facile scegliere per chi votare. Io cercherò di andare a fondo, di conoscere i programmi e di fare una scelta ponderata, perché so che il voto è un importante esercizio di democrazia. Ma c'è una riflessione che mi conforta e al tempo stesso mi preoccupa: la democrazia non comincia e non finisce con il voto. Ci sono molti altri modi e mezzi per far sentire la propria voce, per cambiare le cose: associarsi, proporre petizioni, interrogazioni, leggi d'iniziativa popolare... anche distribuire un volantino in una piazza è un importante esercizio di democrazia se smuove le acque e aiuta a ottenere un cambiamento reale.
Perciò invito tutti a votare chi vogliono, ma a non dimenticarsi di essere cittadini il giorno dopo il voto: è il nostro impegno civile che fa davvero la differenza.
A rileggerci presto. 

lunedì 13 agosto 2012

Fuoco!!!


Incendi. L’emergenza annunciata di ogni estate, come frane e alluvioni d’inverno.

E mi sorprendo a notare quanto sia ancora distorta la percezione della gente. Sento dire un milione di sciocchezze, per esempio che sarebbe il caldo a causare gli incendi. Facciamo subito chiarezza: è l’uomo che provoca gli incendi, nel 70% dei casi con dolo, cioè volontariamente, e nella maggior parte degli altri casi per incuria e superficialità, per esempio bruciando sterpaglie senza tener conto del vento, lasciando acceso il fuoco dopo un picnic, gettando il classico mozzicone acceso dall’auto eccetera.Il caldo, o più che altro la siccità, può rendere più facile l’attecchimento delle fiamme, così come il vento può diffonderle più rapidamente. Ma i colpevoli siamo sempre noi.
Ricordo di aver conosciuto, anni fa, un anziano ufficiale della Guardia Forestale, che alla mia domanda sui rischi di combustione spontanea rispose, sorridendo amaramente, di aver visto un solo caso di autocombustione nella sua pur lunga carriera.

Paradossalmente, sono gli incendi che aggravano il caldo, distruggendo l’ossigeno e diffondendo rapidamente massicce quantità di CO2, che come sappiamo accentua l’effetto serra. E i danni non finiscono qui. Se i Comuni si decidessero a tenere ben aggiornati i catasti delle aree percorse dal fuoco, si potrebbe verificare che le aree incendiate oggi sono le stesse in cui, di qui a uno o due inverni, si verificheranno devastanti frane. Che su alcune aree bruciate sorgeranno case abusive, che la furia della frana trascinerà giù, uccidendone gli abitanti. Che se il fuoco percorrerà un’area già incendiata l’anno precedente, ricostituire l’ambiente boschivo sarà dieci volte più difficile. La collina dei Camaldoli, a Napoli, viene incendiata ogni anno a ferragosto e ormai è un cumulo di sterpaglie.

Perché a ferragosto? Non perché fa caldo, ma perché in quel periodo la vigilanza si allenta: VF e Guardia Forestale vanno in ferie e a sostituirli restano i più giovani e inesperti, ma anche il controllo del territorio da parte dei cittadini viene meno. Se sei via, in vacanza, non puoi accorgerti che la collina dietro casa tua sta bruciando.

Eppure nella percezione della gente l’incendio doloso o colposo non è un reato grave. In fondo non muore nessuno, si sente dire. A parte il fatto che ogni anno qualcuno ci rimette la vita perché viene sorpreso in casa dal fuoco o per tentare di spegnerlo, come si fa a non rendersi conto che, di qui a uno, due, tre anni ci saranno altri morti per le conseguenze dell’incendio di oggi?

Bruciare un bosco ha qualcosa in comune con certi terribili reati, come picchiare un bambino o violentare una donna. In entrambi i casi il danno non è solo quello immediato, ma quello a lungo termine, assai più grave: il bambino picchiato probabilmente diverrà un adulto che picchia i bambini, la donna violentata non sarà mai più la stessa di prima. Così anche un territorio violentato dal fuoco, che diffonderà morte anziché vita, disagio invece di fertilità e ricchezza.

Così come per quelli che violentano donne e picchiano bambini, anche per i piromani non c’è comprensione che tenga. Non m’importa se sono psicologicamente disturbati, o se lo fanno per un qualche malinteso interesse. La catena dei danni va spezzata subito. E si può farlo in un modo solo: mettendoli dentro.

Se conoscete un piromane, denunciatelo. Anche se si tratta di vostro fratello o di vostro padre. Vi sta rubando il futuro. Sta condannando a morte i vostri figli o quelli di qualcun altro. Mandatelo in galera. E se esce di prigione e riprende a farlo, denunciatelo ancora. Ne va della vita.

martedì 26 giugno 2012

A scuola dagli alberi... con passione

Anna Cassarino, artista, educatrice, scrittrice,  grande amante degli alberi, ha accettato di raccontare la sua esperienza a Gli alberi e Noi. Ecco il suo contributo:

Conoscere è il primo passo per amare e chi ama davvero sa rispettare e comportarsi nel modo giusto. Ma come è possibile farlo con ciò che non si conosce? Ecco perché, non potendone più di vedere la natura esclusa dalla cultura generale, ho deciso di far qualcosa di concreto perché le cose cambiassero. Per tutta la vita ho sperimentato che quando si hanno buone idee, passione, pazienza e coraggio si può fare molto. I soldi vengono dopo. Dovevo dimostrarlo, per non sentirmi soffocata da una società parolaia e non di parola.
Così ho creato il primo abbozzo del progetto di formazione alla natura che avevo in mente ed ho venduto la mia casa per finanziare gli anni in cui avrei avuto solo spese. Avrei viaggiato continuamente, così da vedere, capire, sperimentare, raccogliere, elaborare e diffondere. Per nove mesi ho  percorso  vari Paesi tropicali, pensando di restare in quello che mi avrebbe risposto meglio. Poi sono tornata in Italia, perché una donna sola, se da noi trova molti ostacoli, lì ne trova di più. Ho comperato un camper, ideale perché elimina una gran quantità di spese e di disagi in un colpo solo, offrendomi la libertà di cui avevo bisogno.
Anna accanto al camper con cui gira l'Europa
insegnando l'amore per gli alberi e la Natura
Ho dato al progetto il nome A SCUOLA DAGLI ALBERI perché ritengo gli alberi maestri di vita, ma ho affiancato anche  tutto ciò che interagisce nell'ambiente: animali, fenomeni naturali e animo umano. Altrimenti non si riesce ad avere una visione d'insieme e c'è un grande ostacolo alla comprensione delle cose. Per rendere piacevoli e comprensibili argomenti che di solito sono trattati in modo troppo tecnico, ho usato la forma narrativa. Per mettere in grado chiunque di cominciare  a conoscere l'argomento senza spese e spostamenti, ho creato il sito internet: www.ascuoladaglialberi.net.
Dato che parlo e scrivo in francese, spagnolo, inglese e tedesco, ho fatto l'interprete e la guida turistica di Firenze a tempo parziale per anni, ma era il lavoro artistico quello che nutriva davvero la mia vita interiore, insieme alla lettura, allo studio, alla riflessione che mi permetteva di rispondere alle tante domande che mi sono fatta fin da piccolissima. Ho voluto far nascere lo stesso desiderio nelle persone, facendo scoprire loro la straordinaria creatività e bellezza della natura a cui ci si può ispirare sempre. Il modo in cui funziona la rende molto più affascinante del suo già attraente aspetto e fa capire che, venendo da lei, facciamo parte di un insieme straordinario. Non ci sentiamo più soli né impotenti, perché possiamo riconoscere nelle sue tante modalità, qualcosa di noi.
E' difficile convincere la gente di queste cose, quando c'è un martellamento continuo in senso contrario. Io, però, continuo a scoprire cose bellissime, a scrivere, a raccontare le "favolose storie vere della natura" che ho messo dentro i miei libri, con pazienza. Fare le cose per piacere anziché per dovere dà risultati infinitamente migliori, ma arrivarci richiede tempi lunghi, come tutte le cose che valgono.
Anna Cassarino

domenica 10 giugno 2012

Alberi Monumentali parte II: Un tesoro genetico


Negli anni ’80 il Corpo Forestale dello Stato condusse una lunga ricerca su tutto il territorio nazionale per individuare gli alberi “di notevole interesse", schedando oltre 22.000 alberi “di particolare interesse”, selezionati poi fino ad individuare 2.000 esemplari “di grande interesse” e, fra di essi, 150 che presentavano un eccezionale valore storico o monumentale.

“Il censimento – si legge ancor oggi sul sito del CFS - non ha interessato gli alberi come categoria vegetale, o come risorsa economica, ma singoli soggetti arborei che hanno una propria "individualità" per essere eccezionalmente vecchi, per essere stati protagonisti di episodi storici o per essere legati alla vita di grandi uomini”…

Alcuni degli alberi individuati avevano età venerande che superavano i 2000 anni, altri erano legati a eventi storici ormai lontani nel tempo, come il “Castagno dei Cento Cavalli”, l’albero monumentale più famoso d’Italia, che si trova in Sicilia.

Scopo ulteriore dell’indagine era individuare alberi particolarmente sani e resistenti, “esemplari che hanno vinto tutte le selezioni naturali e sono campioni olimpionici della lotta per la vita intesa in termini darwiniani”, e di riprodurli nei vivai forestali, per avere una popolazione di alberi eccezionalmente resistenti e longevi. Si tratta quindi di un patrimonio di geni “forti”, derivante da individui sopravvissuti alle più tremende calamità naturali e alle violenze dell’uomo. Un’enorme ricchezza, che è importante non disperdere nel momento in cui la pressione della nostra specie sull’ambiente si fa sempre più forte.

L’inchiesta del Corpo Forestale, tuttavia, individuò solo una piccola parte degli alberi monumentali d’Italia. Successivamente altre ricerche furono condotte in diverse regioni, a cura delle Regioni stesse o di altri Enti. La più interessante di queste fu condotta da Legambiente Sicilia a partire dal settembre 2005, ed ebbe come risultato la mappatura di oltre 200 alberi monumentali sul territorio siciliano, solo nel primo anno d’indagine, con la produzione di una cartina su cui erano indicati, uno per uno, tutti i luoghi che ospitavano i patriarchi verdi. L’aspetto più interessante di questo lavoro sta nel fatto che esso sia stato inserito in una campagna, “Salvalarte”, che l’associazione ambientalista dedica solitamente a ricerche sui beni culturali e i monumenti dimenticati: in questo modo le ragioni naturalistiche e quelle storico-culturali si sono saldate insieme.

Gli alberi sono una parte così importante della nostra vita e della nostra civiltà che non dovremmo avere bisogno di monumenti per ricordarci di prendercene cura. Ma i “monumenti verdi” ci sono, e oltre che utili sono bellissimi.





La Regione Campania è in ritardo rispetto alle altre Regioni nell’opera di mappatura degli alberi monumentali. Anche nell’elenco del CFS risultano pochissimi esemplari, eppure ce ne sono tanti, sparsi qua e là sul territorio, nei boschi o in pieno territorio urbano, come il Platano di Lamartine che spicca in mezzo al traffico sul porto di Ischia… chissà quanto c’è ancora da scoprire!!!

lunedì 9 gennaio 2012

Alberi monumentali parte prima – Gli alberi e la memoria

Accadde il 23 maggio 1992, lo stesso giorno della strage di Capaci, quando furono assassinati Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della loro scorta. Alla notizia della strage, spontaneamente le persone cominciarono a radunarsi sotto casa di Falcone, in un primo momento in cerca di notizie più precise di quelle dei media, poi per dimostrare a quegli eroi civili la propria solidarietà e il proprio cordoglio. Accanto al portone cresceva una giovane pianta di ficus, che presto si ritrovò coperta di foglietti contenenti messaggi di cittadini che con quel semplice gesto si ponevano dalla parte dei servitori dello Stato uccisi e contro la mafia.

Sono trascorsi vent’anni e  l’ “Albero Falcone”, come affettuosamente lo chiamano i palermitani, non ha smesso per un attimo di essere ricoperto di messaggi. E’ impossibile passare di lì e non vederlo. E’ impossibile vederlo senza ricordare. E’ impossibile ricordare senza pensare.    Gli alberi hanno spesso, per noi umani, un forte legame con la memoria, forse perché molti di essi vivono assai più a lungo di noi. Gli alberi vecchi, oltre alla memoria genetica della loro specie, conservano quindi anche quella delle comunità umane. Ci sono alberi piantati apposta per ricordare, come quelli del giardino dei Giusti a Gerusalemme, o come quelli di tutti i nostri cimiteri, che sembrano pacificare le anime addolorate per la perdita di una persona cara dandoci il senso del fluire eterno della vita. Ci sono poi alberi che si sono trovati per caso ad essere testimoni di eventi storici, o che hanno avuto la ventura di incontrare personaggi famosi, come il Pino di Garibaldi o il Platano di Lamartine. Ci sono anche alberi che pur non essendo stati al centro di eventi straordinari o accanto a persone famose, conservano il ricordo di sagre antiche, di raduni di contadini prima delle fatiche dei campi, o segnano un incrocio dove un tempo i mercanti si incontravano per scambiare le loro merci. Ogni albero, anche il più umile, porta le tracce della vita della comunità umana che lo circonda, e  quanto più è vecchio, tanto  più è depositario della storia di quella comunità.
Ragazzi lasciano un messaggio di legalità sul ficus di Falcone
(continua nel prossimo post)


mercoledì 30 novembre 2011

La Festa dell'Albero a Forio d'Ischia


29 novembre 2011. Una giornata bellissima, con un sole primaverile. E per aggiungere bellezza a bellezza, i volti di quasi 70 ragazzi dai 12 ai 19 anni -alunni della Scuola media, del Nautico e del Turistico- attenti ad ascoltare e osservare quando parlo degli alberi e dell’importanza che hanno per la nostra vita; e racconto la storia di Wangari Muta Maathai, fondatrice del Green Belt Movement, che si è battuta per tutta la vita contro la deforestazione e la desertificazione.



E poi andiamo a piantare gli alberi nel giardino della scuola. Che belle le loro facce accaldate, mentre scavano le buche per piazzare i carrubi e gli allori che abbiamo scelto per loro!I più grandi scavano con foga e rapidità, ma anche i più piccoli vogliono cimentarsi. Chi non se la sente di usare zappa e vanga contribuisce collocando le piantine nelle buche, aiutando a coprire le radici di terra, innaffiando.  Qualcuno fa semplicemente da spettatore.
La Preside si dà da fare: scava, ricopre, innaffia. In mezzo ai ragazzi, sembra una ragazzina anche lei.
C’è un gruppetto di ragazze appartato. Le sento confabulare. Mi avvicino e mi fanno: “Lilly, raccontaci una storia”. Allora parlo loro di Julia “Butterfly” Hill, che per salvare un boschetto di sequoie ha trascorso due anni in cima a uno di quegli enormi alberi. Leggo anche un brano dal  libro di Julia, La ragazza sull’albero.  Alla fine tutte vogliono le fotocopie del libro.
La voce si è sparsa e ci raggiungono altri ragazzi, guidati da una insegnante mia amica: ha sentito quello che stavamo facendo ed è venuta con tutta la classe.

Alla fine della giornata quattro carrubi e dieci allori si sono aggiunti agli alberi preesistenti. Presto cresceranno e questo posto, ancora in parte incolto, comincerà ad essere un vero giardino.






martedì 15 novembre 2011

La pioggia e gli alberi

Mentre scrivo questo post, il sole splende finalmente su tutta la Penisola. Il maltempo si è allontanato, lasciandosi dietro una scia di morte e distruzione. E purtroppo sappiamo che non è finita. Il maltempo tornerà, questa è solo una tregua. E puntualmente i nostri territori, già fragili geologicamente, subiranno danni e devastazioni. Persone subiranno danni gravissimi o addirittura moriranno. E dentro di me sale l’indignazione. Non è possibile che continuiamo a non voler vedere la realtà, a prendercela con la follia della Natura, a mettere in campo una prevenzione fiacca ed insufficiente, quando non addirittura controproducente (canalizzazione forzata delle acque, argini e opere di contenimento dei pendii in cemento...). Eppure la risposta a tutto è così semplice. I nostri saggi antenati lo hanno fatto per millenni:
PIANTARE ALBERI.
Gli alberi, lo abbiamo imparato tutti a scuola, con le loro radici trattengono il terreno sui suoli in pendenza, contribuendo a prevenire frane ed erosione e impedendo che la pioggia si riversi tutta a valle come una irrefrenabile valanga d’acqua. Le chiome frenano pioggia e grandine, attutendone l’impatto sul terreno, e al tempo stesso proteggono il suolo dal disseccamento con la loro ombra, consentendo la vita di piante più piccole, che a loro volta hanno importantissime funzioni ecologiche. Ma non basta. Se le piogge degli ultimi anni sono state così devastanti, è perché anche il clima è cambiato. Sentiamo tutti i giorni parlare di riscaldamento globale, ma ci sembra di non poterci fare niente. Sono le industrie e le centrali elettriche a produrre anidride carbonica, sono loro a dover limitare le emissioni, noi cosa possiamo fare?
Eppure tutti sappiamo (anche questo l’abbiamo imparato a scuola) che gli alberi catturano anidride carbonica e liberano ossigeno. Giusto quello che ci serve per mitigare il surriscaldamento del nostro pianeta. Qualcuno dirà che per ottenere qualche risultato, occorrerà piantare moltissimi alberi, e come si fa? UNO PER VOLTA. Se ognuno di noi, nella sua età adulta, piantasse un albero ogni anno, alla fine della sua vita avrebbe piantato circa cinquanta alberi. Sembrano pochi, ma moltiplicati per la popolazione fanno parecchi milioni di alberi che prima non c’erano.
Certo, non basta piantare gli alberi e scordarsene. Bisogna prendersene cura, almeno finché sono piccoli e fragili, ma vale la pena perché appena cresciuti saranno loro a prendersi cura di noi. Anche curare il territorio ripristinando i vecchi muretti a secco sui terreni collinari, coltivando le terre marginali, facendo saltare via il cemento da piazze e marciapiedi per piantare alberi, arbusti e piante d’ogni tipo, è un grosso aiuto. E oltre che utili, sono belli da vedere. Un tempo questi lavori venivano svolti dall’intera collettività del villaggio o del paese: il contatto con la terra, in una società contadina, era forte e alimentava la consapevolezza dei vantaggi della cura e dei rischi dell’incuria. Oggi, in una società più disgregata e meno legata alla terra, organizzarsi per piantare alberi e tirar su muretti di pietra sembra molto complicato, e in genere viene demandato alle Autorità. Che devono fare la loro parte, senza dubbio, ma anche noi tutti dobbiamo fare la nostra. Dobbiamo convincerci che l’aria che respiriamo, un territorio sano e non pericoloso, un clima dolce sono beni inestimabili. Beni che ci appartengono, e che non possiamo lasciare in mano a sindaci e ministri, disinteressandocene. E’ ora di rimboccarsi le maniche e di cominciare a fare una cosa, una cosa piccolissima e facile, e perfino piacevole, che tutti possiamo fare:
PIANTARE ALBERI E PRENDERSENE CURA.
Sabato 19, domenica 20 e lunedì 21 festeggiamo il nostro diritto a vivere bene sul nostro bel pianeta. Piantiamo alberi.
Per partecipare alla Festa dell’Albero seguite i link (a destra nella pagina) o... auto-organizzatevi!!!

giovedì 27 ottobre 2011

La Festa dell'Albero

  La Festa dell’Albero trae le sue origini dalla festa che i contadini di tutta Europa celebravano, fin dai tempi degli antichi Romani, in autunno, per festeggiare la messa a dimora delle nuove piante nei boschi e nelle terre comuni. Nella loro antica saggezza i contadini sapevano che è bene rimpiazzare subito le piante perse a causa di catastrofi naturali o del taglio della legna; e, per portare a termine questa operazione in breve tempo e con successo, era d’uso unire le forze dell’intero villaggio.
Questa bella consuetudine, ripresa  da Legambiente da oltre 20 anni, ha acquisito nuovi significati, senza perdere quello originario: infatti oltre a piantare nuovi alberi (per prevenire o attenuare i rischi idrogeologici, per mitigare il surriscaldamento globale, per migliorare la qualità della vita delle persone), ci si impegna a prendersene cura (adozione) e a diffondere una cultura di rispetto per gli alberi e per la Natura in genere. Un festeggiamento particolare viene poi riservato agli alberi monumentali, quelli cioè che per varie ragioni possono essere  considerati patriarchi della loro specie e/o testimoni di eventi storici (come il platano di Lamartine, che si trova nell’isola d’Ischia, sotto la cui ombra il poeta scriveva versi immortali), unendo così la storia naturale a quella degli uomini.
La Festa dell’Albero nel racconto di Ugo Foscolo:

“12 novembre
  Jeri giorno di festa abbiamo con solennità trapiantato i pini delle vicine collinette sul monte rimpetto alla chiesa. Mio padre pure tentava di fecondare quello sterile monticello; ma i cipressi ch’esso vi pose non hanno mai potuto allignare, e i pini sono ancor giovinetti. Assistito io da parecchi lavoratori ho coronato la vetta, onde casca l’acqua, di cinque pioppi, ombreggiando la costa orientale di un folto boschetto che sarà il primo salutato dal sole quando splendidamente comparirà dalle cime dei monti. E jeri, appunto, il sole più sereno del solito riscaldava l’aria irrigidita dalla nebbia del morente autunno.
  Le villanelle vennero sul mezzodì co’ loro grembiuli di festa intrecciando i giuochi e le danze di canzonette e di brindisi. Tale di esse era la sposa novella, tale la figliuola, e tal altra la innamorata di alcuno dei lavoratori; e tu sai che i nostri contadini sogliono, allorché si trapianta, convertire la fatica in piacere, credendo per antica tradizione de’ loro avi e bisavi, che senza il giolito de’ bicchieri gli alberi non possano mettere salda radice nella terra straniera.
  Frattanto io mi vagheggiava nel lontano avvenire un pari giorno di verno quando canuto mi trarrò passo passo sul mio bastoncello a confortarmi a’ raggi del Sole, compiacendomi delle frutta che, benché tarde, avranno prodotto gli alberi piantati dal padre mio. E quando le ossa mie fredde dormiranno sotto quel boschetto alloramai ricco ed ombroso, se talvolta  lo stanco mietitore verrà a ristorarsi dall’arsura di giugno, esclamerà: egli innalzò queste fresche ombre ospitali!”

da: Ugo Foscolo, Le ultime lettere di Jacopo Ortis , rid. e adatt.

Un solo commento: essere ricordati per aver piantato degli alberi è molto più gratificante della fama effimera che spesso si rincorre (aver successo in politica, fare soldi, apparire in televisione...). Anche perché gli alberi spesso vivono più a lungo di noi...

Io partecipo alla Festa dell’Albero, e voi???


Per partecipare alla Festa dell’Albero:
 troverete tutte le notizie sulle passate edizioni della Festa dell’Albero. Cliccando su http://www.legambiente.it/legambiente/mappa-sedi
 potrete rintracciare il gruppo di Legambiente più vicino a voi. Se non trovate nessun gruppo di Legambiente, auto-organizzatevi! Chiedete al vostro Comune di affidarvi una piccola area incolta o trascurata (anche un’aiuola) e adottatela. Le piante spesso le fornisce gratuitamente la Guardia Forestale. Buon lavoro e... fatemi sapere!

La solidarietà dei lecci

I lecci sono bellissime querce, slanciate, eleganti; ma la loro maggiore bellezza è nella loro socialità. Provate ad entrare in una lecceta e vi sembrerà di essere nella giungla. Gli alberi e le piante del sottobosco sono fitti, e nascondono alla vista il resto del mondo. Su ogni albero, poi, hanno la loro casa diversi animali: topi quercini nelle radici, ghiandaie ed altri uccelli sui rami… è un bosco talmente pieno di vita che viene da domandarsi come fanno tante creature a vivere insieme in così poco spazio e sembrare così a loro agio.
Infatti è difficile capirlo per chi come noi ha dato vita a società estremamente competitive, soprattutto qui, nel ricco ed egoista nord del mondo, dove ci si ricorda che le risorse sono limitate solo quando altri chiedono di accedervi. Quante volte abbiamo sentito dire: “la coperta è stretta” per giustificare inimicizie fra gruppi etnici o sociali? E se, invece di tirare la coperta di qua e di là, ci facessimo caldo a vicenda con i nostri stessi corpi? E’ quello che fanno le piante. Manca l’acqua? Non è una buona ragione per rubarsela a vicenda, al contrario: i grandi alberi fanno ombra con le loro chiome alle piante erbacee e queste conservano l’acqua per le radici degli alberi. In questo modo una risorsa fondamentale viene salvaguardata e al tempo stesso è sfruttata al massimo. Oh-oh, forse le piante della lecceta hanno qualcosa da insegnarci anche in tema di economia...

lunedì 24 ottobre 2011

Ancora sull'uomo che piantava gli alberi

Ho trovato questo video su You Tube, racconta la storia di un uomo che piantava alberi (vedi il post del 5 ottobre su questo blog), è bellissimo ed è bella anche la canzone:
http://youtu.be/7Og0IKyP_Wo
guardatelo e ditemi cosa ne pensate...

sabato 8 ottobre 2011

La pazienza del pino


 
Iniziando questo blog, ho detto che dovremmo imparare a vivere prendendo esempio dalle piante. Ebbene, una pianta che sicuramente ha molto da insegnarci è il pino. Mi è capitato spesso di osservare gli alberi delle pinete del Vesuvio, soprattutto pini marittimi e domestici. Vivono in un ambiente difficile, mettendo radici in durissime colate laviche che contribuiscono a disgregare.

Pini al lavoro sulle lave del Vesuvio



Per questa ragione sono usati per i rimboschimenti in zone vulcaniche: non c’è roccia che gli resista. Le radici delle altre piante, quando incontrano qualcosa di duro, deviano cercando di aggirare l’ostacolo. Quelle del pino, invece, sono provviste, in punta, di una cuffia radicale: qualcosa di simile a un’unghia durissima, che si conficca nella roccia e a lungo andare la spacca. Dopo un’eruzione, il problema principale è il rischio di alluvioni. Infatti le piogge scorrono sul manto impermeabile della colata lavica, formando una valanga d’acqua che si avventa sui centri abitati a valle, aggiungendo i suoi danni a quelli dell’eruzione. I pini, in pochi anni, pongono rimedio a tutto questo. 
Ma l’aspetto più interessante della vita di queste creature è un altro. Un’infiorescenza di pino ci mette tre anni a trasformarsi in pigna, resistendo alle intemperie e agli attacchi dei roditori. Tre lunghi anni per maturare e liberare i semi. Ognuno dei possenti colossi che compongono le pinete vesuviane ha avuto origine da una così lunga gestazione. E forse è questo che rende così ostinate queste creature, che dà loro la tenacia per continuare a incidere la roccia, che le rende capaci di sopravvivere alla scarsità d’acqua, al caldo infernale di agosto, alle gelate primaverili, agli incendi appiccati dai nostri simili... continuando a crescere, senza arrendersi. Il pino è un maestro di tenacia e pazienza. 


Particolare delle radici

mercoledì 5 ottobre 2011

“E così la seconda storia che vi voglio raccontare...”

Questa storia incredibile, eppure assolutamente vera, è narrata in un libro famoso, L’uomo che piantava gli alberi di Jean Giono.
Nel 1913 l’autore, percorrendo un territorio montano della Francia meridionale, si ritrovò in una zona arida e deserta, battuta da un vento incessante, dove crescevano soltanto cespugli di lavanda selvatica. Il territorio, già abbondantemente disboscato nei secoli precedenti, era abitato da boscaioli che continuavano a pieno ritmo il taglio degli alberi per produrre carbone, all’epoca abbastanza richiesto dalle industrie, soprattutto siderurgiche, in pieno sviluppo. Le zone rimaste senza alberi erano spopolate, i villaggi in rovina, i corsi d’acqua seccati. Dove c’erano esseri umani, si trattava di gente infelice, che viveva nella precarietà, l’un contro l’altro armato, sognando solo di andar via di lì.
In questo luogo, quasi per caso, l’autore incontra Elzéard Bouffier, un pastore che aveva scelto di piantare degli alberi dove non ce n’erano, semplicemente, senza preoccuparsi di questioni burocratiche, senza neanche sapere se il terreno dove li piantava fosse pubblico o privato.
Racconta Giono:
“Da tre anni piantava alberi in quella solitudine. Ne aveva piantati centomila. Di centomila ne erano spuntati ventimila. Di quei ventimila contava di perderne ancora la metà, a causa dei roditori o di tutto quello che c’è di imprevedibile nei  disegni della Provvidenza. Restavano diecimila querce che sarebbero cresciute in quel posto dove prima non c’era nulla (...) Dissi che, nel giro di trent’anni, quelle diecimila querce sarebbero state magnifiche. Mi rispose con gran semplicità che, se Dio gli avesse prestato vita, nel giro di trent’anni ne avrebbe piantate tante altre che quelle diecimila sarebbero state come una goccia nel mare”.
L’amicizia fra lo scrittore e il pastore continuò per molti anni, fino al 1945, e in tutti quegli anni Elzéard mantenne il suo impegno. Continuò a piantare alberi che crebbero e formarono boschetti così belli e rigogliosi da attirare l’attenzione delle Autorità ed essere trasformati in aree protette statali, ignorandone l’origine. La presenza degli alberi migliorò sensibilmente il ciclo delle acque: le piogge divennero più regolari e meno devastanti, i ruscelli alimentati dalla neve trattenuta nei boschi ripresero a scorrere, il vento divenne meno violento. Con l’addolcirsi del clima i villaggi si ripopolarono e i campi abbandonati furono nuovamente coltivati. Dove prima pochi disperati vivevano di stenti, ora circa diecimila persone abitavano felicemente.
Riflettendo su questa vicenda è inevitabile pensare che noi esseri umani abbiamo un potere immenso nei confronti del pianeta che abitiamo, e un’enorme responsabilità. Perché non è indifferente tagliare alberi o piantarli, spargere rifiuti o riciclarli, produrre energia con il petrolio e l’atomo o con il sole e il vento, sprecare risorse o salvaguardarle. Elzéard Bouffier è uno dei pochi esseri umani che abbiano saputo usare pienamente, e nel modo giusto, questo potere, e noi dovremmo imparare da lui e provare a imitarlo. E’ più facile di quanto, nella nostra pigrizia, vogliamo ammettere. Conclude Giono:
“Quando penso che un uomo solo, ridotto alle proprie semplici risorse fisiche e morali, è bastato a far uscire dal deserto quel paese di Canaan, trovo che, malgrado tutto, la condizione umana sia ammirevole”.
Meditate, gente, meditate.
À bientôt.

domenica 2 ottobre 2011

La mimosa e io (parte seconda)

Un bel controluce della mia mimosa

 L’anno successivo la fioritura fu spettacolare, anche perché i rami ormai arrivavano quasi al piano superiore della casa. In seguito fu necessaria una potatura, per ritemprare la pianta stanca e riportarla entro le sue giuste dimensioni. Il giardiniere brontolò perché la pianta, secondo lui, andava potata prima: non volle convincersi che, solo un anno e mezzo prima, quello era un alberello striminzito a cui si poteva tagliare ben poco. Mi disse anche il nome scientifico della pianta (che subito dimenticai), sottolineando che non si trattava di una mimosa. Infine, con il suo ruvido buonsenso, mi fece notare che l’aiuola era troppo piccola per le radici dell’albero, che crescevano velocemente. “Questa pianta non vivrà a lungo”, sentenziò. Si sbagliava. La mia mimosa -così continuerò sempre a chiamarla- rimase lì, sulla soglia di casa mia per molti anni, come un grazioso benvenuto ed un solerte guardiano, a far da chioccia alla salvia, alla lavanda e al rosmarino, i più profumati che io abbia mai visto... e annusato, grazie a lei. Non avrei mai immaginato che un impegno così lieve e piacevole come quello di curare un albero avrebbe prodotto un risultato così ampio, come un alone di benessere che si trasmetteva alle piante aromatiche e a me, e man mano, al resto del giardino... come quando si getta un sasso nell’acqua e i cerchi si propagano lontano...

Poi, un giorno di aprile di qualche anno fa, durante un temporale imprevisto quanto violento, con un fragoroso “crac” si spezzò l’ultimo grande ramo della mia mimosa. Era vecchia e malata da tempo, ma prima di lasciarmi mi aveva regalato, su quell’ultimo ramo, una meravigliosa fioritura. E’ proprio vero che l’amore fa miracoli, ma non il tipo di miracoli che di solito la gente chiede, come vincere tanti soldi al Superenalotto o diventare divi della TV. L’amore fa piccoli miracoli quotidiani di cui non è facile accorgersi ma che passo dopo passo cambiano la nostra vita e il mondo attorno a noi. La mia mimosa non c’è più, ma mi ha insegnato a non arrendermi, a superare i miei limiti, a stare in armonia con quello che mi circonda. Mi ha insegnato che la solidarietà non è solo compassione per i più deboli,ma è coscienza di un legame, di una rete di legami che uniscono tutti gli esseri fra loro. Ora so che se danneggio la trama di questo tessuto, faccio male anche a me stessa, e se lo proteggo miglioro la qualità della mia vita.
Conservo sempre il ricordo della mimosa, ma nel frattempo altri alberi sono entrati nel mio cuore, e altri ancora ci entreranno. Alcuni di loro ci saranno ancora quando io non ci sarò più. E forse insegneranno qualche altra cosa  sull’amore e sul mondo ad altri sprovveduti esseri umani.

sabato 24 settembre 2011

La mimosa e io (parte prima)

Questa storia comincia molti anni fa, quando andai a vivere in quella che ancora oggi è la mia casa.
Prima di poterci abitare furono necessari dei lavori perché la casa, disabitata da molti anni, era in cattive condizioni. E altrettanto malridotto era il giardino, dove erano sopravvissute ben poche piante, asfittiche e inselvatichite. Proprio accanto all’ingresso di casa, al centro di un’aiuola che sembrava piccola, annegato fra l’erba alta, si distingueva appena un alberello sparuto, alto un metro o poco più, dal tronco esile e dai rami filiformi, dalle rade ma bellissime foglie allungate, simili a quelle dell’oleandro ma più verdi. Domandai ai vicini che albero fosse, mi risposero che doveva essere selvatico perché non l’avevano mai visto fiorire. A me, però, piaceva e decisi di tenerlo. Ma poi arrivarono gli imbianchini e  montarono dei ponteggi. L’alberello era loro di ostacolo e così, senza tanti complimenti, gli diedero una spinta e lo buttarono giù. La povera pianta si piegò all’attaccatura delle radici, senza spezzarsi, e rimase abbattuta al suolo per diversi giorni, benché io, accortami del malfatto, avessi protestato vivacemente con il capomastro: ormai il ponteggio era montato, bisognava aspettare che il lavoro fosse finito. Quando finalmente smontarono tutto, disperavo di salvare la pianta. Fu proprio il capomastro che, sentendosi in colpa, la tirò su e la puntellò con un’asse perché si reggesse. Feci ripulire l’aiuola -che si rivelò piuttosto grande, tanto da poter contenere diverse altre piante-, innaffiai e concimai la pianta, e quella incredibilmente si riprese. La sistemai, poi, con dei buoni sostegni perché potesse sopportare il vento invernale.
  Passò qualche mese e misi a dimora, intorno al “mio” alberello, delle piantine di erbe aromatiche. Il suo tronco era ormai bello robusto e la sua altezza raddoppiata. Sui rami, insieme a molte foglie nuove, c’erano delle strane bacche verdi, che nel giro di qualche tempo divennero gialle. Chissà che pianta è, continuavo a chiedermi. Una mattina mi affaccio e... le bacche erano “esplose” trasformandosi in splendidi fiori gialli, simili alle mimose, ma molto più grandi. L’alberello rachitico, che non fioriva mai, era diventato una pianta bellissima.
  E le piante aromatiche? Anche quelle crescevano, protette dall’albero come da una chioccia amorosa.
  Venne l’estate che, quell’anno, fu lunga e caldissima. Le innaffiature non bastavano mai: dopo un’ora, il terreno era asciutto. Le piante degli altri giardini languivano, ed anche alcune delle mie. Ma nell’aiuola tutto andava bene: l’albero riparava con la sua chioma le piante aromatiche e queste, ormai folte, trattenevano l’acqua per le sue radici. Anche quando mi assentai per quindici giorni, in pieno agosto, trovai albero e piante un po’ affaticati, ma in buona salute.
(continua nel prossimo post)

giovedì 22 settembre 2011

Sono loro la vera specie dominante

Ci avete mai pensato? Gli alberi sono qui, su questo pianeta da molto, molto prima che apparisse il primo essere umano.  Le piante sono sopravvissute a catastrofi inenarrabili, all'estinzione dei dinosauri, alle glaciazioni... Sono incredibilmente forti e resistenti, pur possedendo quasi nessuna aggressività. Non possono scappare, non possono difendersi ma sono toste assai. La loro forza è solidale e paziente, serena e coraggiosa. Gli alberi sono la vita che rinasce sempre e forse sarebbe il caso che noi, individualisti, superficiali e arroganti esseri umani, prendessimo esempio da loro.
Nel prossimo post vi racconterò una storia...