Un'esperienza terribile, quella di veder bruciare per giorni e giorni la mia amata Montagna, a cui avevo dedicato i primi anni del mio volontariato ambientale. Gli alberi del Vesuvio li conoscevo quasi uno per uno, il pino esile con le radici piantate in un durissimo pezzo di lava a corda, i pinetti rinati spontaneamente dopo incendi meno catastrofici di questo... ma anche i lecci, i castagni, gli ontani napoletani... e certe ginestre così grandi e belle da sembrare alberi anche loro... Ho perso degli amici, ma non mi rassegno e non mi limito a piangere. Bisogna darsi da fare o sarà sempre peggio.
Benvenuti
C'è una verità che spesso dimentichiamo: la vita sul nostro pianeta non può fare a meno degli alberi, della loro capacità straordinaria di nutrire la vita, di riportare equilibrio e armonia dove noi portiamo confusione e inquinamento. Gli alberi sono indispensabili, non solo perché respiriamo grazie a loro, ma anche perché possiedono una sorta di antica saggezza che possiamo apprendere osservandoli e imparando, per quanto possiamo, a imitarli.
Questo è il tema del mio libro ALBERI, ed è anche il tema di questo blog. Sarò felice di leggere i vostri commenti su questo e su tutto quanto riguarda queste straordinarie creature e il nostro rapporto con loro.
Lilly Cacace Rajola
© La proprietà dei testi e delle immagini contenuti in questo blog è riservata. È consentita la copia, nei limiti del 15%, per uso didattico.
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domenica 23 luglio 2017
Il disastro del Vesuvio
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giovedì 16 aprile 2015
Verità e realtà
Alcuni giorni fa qualcuno mi
ha detto che il personaggio di Elzéard Bouffier, protagonista de L’uomo che
piantava gli alberi di Jean Giono, non è reale, ma è stato inventato dall’autore.
“Hai commesso un errore nel tuo blog, non è una storia vera”(vedi post del 5ottobre 2011).
Beh, non è esatto. Forse Elzéard
non è mai esistito, ma le sue azioni sono descritte con tale dovizia di
particolari e così perfettamente corrispondenti alla procedura con cui si
ripiantumano i boschi, da far pensare che dietro il suo personaggio sia
adombrata una persona reale, forse l’autore stesso, che ha effettivamente
piantato tanti alberi e ne ha visto gli effetti sull’ambiente.
D’altra parte sono
assolutamente reali le storie di Felix Finkbeiner che a soli nove anni ha
addirittura fondato un movimento (poi diventato l’organizzazione Plant for the
Planet), riuscendo a piantare un milione di alberi in soli quattro anni; di
Giovanni Atzeni che ne ha seguito le orme fondando la Plant for the Planet italiana; di tutti i soci di organizzazioni
come il Green Belt Movement, o Plant for The Planet, o community come Tree-nation... e
soprattutto è vera e reale, anche se assolutamente incredibile, la storia di
Wangari Muta Maathai, la “signora degli alberi” che nella sua vita (Ihithe,
Kenia, 1º aprile 1940 – Nairobi, 25 settembre 2011) ha piantato o fatto
piantare oltre 50 milioni di alberi, lottando fino alla fine contro la
deforestazione e la desertificazione (un bel profilo della sua vita qui).
Perciò la storia di Elzéard
Bouffier, se pur non è reale, è vera, come sono veri tutti gli Elzéard Bouffier
che ogni giorno si battono per salvare, proteggere valorizzare gli alberi, e
per piantarli dove si può, salvaguardando il clima, l’integrità dei territori e
la sopravvivenza delle comunità umane su questo pianeta.
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domenica 16 febbraio 2014
Alberi e case
Ogni
anno è peggio.
Ogni
anno la stagione delle piogge si lascia dietro uno strascico di macerie e
morti, e un fiume di chiacchiere inutili. Non se ne può più dei politici che
promettono soluzioni ma non sono in grado neanche di tamponare le emergenze più
urgenti, e non se ne può più del circo mediatico, dei telegiornali che sparano
titoli drammatici a ogni alluvione per dimenticare tutto subito dopo. Nei talk
show vengono rispolverati in fretta gli ambientalisti, solitamente evitati come
la peste e bollati come menagrami privi di ogni realismo; e c’è sempre
qualcuno, che ambientalista non è, che pur di apparire più ambientalista degli
ambientalisti se la prende perfino con i morti: hai costruito la tua casa
sull’argine di un fiume o sotto un costone franoso, in barba alle leggi e a
ogni buonsenso? Colpa tua se sei morto, ben ti sta.
Che
follia.
Per
affrontare seriamente il problema del dissesto idrogeologico che affligge tutta
l’Italia, serve un atteggiamento mentale del tutto diverso, e prima di tutto
gli ambientalisti andrebbero ascoltati ogni giorno e non solo dopo le tragedie.
Perché conoscono il problema meglio degli altri, perché sono in grado di
individuare le connessioni fra economia, politica e ambiente; fra i cambiamenti
climatici, la gestione dei territori e la coesione delle comunità umane che sui
territori ci vivono. Perché hanno seguito la vicenda da ben prima che mostrasse
le sue gravi conseguenze e sono in grado di proporre le soluzioni integrate che
servono per risolvere un problema così complesso e intricato.
Ma
come siamo arrivati fin qui?
Potremmo dare la colpa al pasticcio legislativo degli ultimi 50 anni, con alcune leggi fin troppo rigorose, ma totalmente disapplicate a livello regionale e locale, scavalcate poi dai condoni che tutto appianavano e tutto - apparentemente - normalizzavano. Mi ricordo bene che buona parte della Campania, dopo la promulgazione della Legge Galasso, rimase per decenni in stallo, in attesa della creazione dei piani territoriali paesistici. Nel frattempo, tutti ladri, tutti onesti: il cittadino che allargava di un metro la stanza da bagno era messo sullo stesso piano dello speculatore che tirava su palazzi di 10 piani, a tutto vantaggio di quest’ultimo.
Per quanto mi faccia rabbia tutto ciò, però, devo riconoscere che non si tratta di una causa ma di un effetto. La causa principale è la mancanza di pianificazione e il disinteresse per le sorti del territorio e dell’ambiente. E non prendiamocela solo con i politici. Non ci vuole un sindaco per tirare su un muro a secco che, messo lì dalla saggezza millenaria dei contadini, comincia a sbriciolarsi. Non occorre un ministro per capire che se tutte le strade e le piazze della città sono impermeabilizzate da asfalto e cemento, oltre a quintali di anidride carbonica avremo valanghe d’acqua che scorrono su quelle lisce superfici.
Per quanto mi faccia rabbia tutto ciò, però, devo riconoscere che non si tratta di una causa ma di un effetto. La causa principale è la mancanza di pianificazione e il disinteresse per le sorti del territorio e dell’ambiente. E non prendiamocela solo con i politici. Non ci vuole un sindaco per tirare su un muro a secco che, messo lì dalla saggezza millenaria dei contadini, comincia a sbriciolarsi. Non occorre un ministro per capire che se tutte le strade e le piazze della città sono impermeabilizzate da asfalto e cemento, oltre a quintali di anidride carbonica avremo valanghe d’acqua che scorrono su quelle lisce superfici.
Fino
a un secolo fa, i contadini ogni novembre si riunivano e piantavano alberi (vedi il post del 27 ottobre 2011) per
consolidare il terreno, e più volte all’anno ripulivano le vie d’acqua come i
letti dei torrenti, per garantirne il libero scorrimento e prevenire
straripamenti e alluvioni. Nessuno li pagava per questo, né si aspettavano che
una qualche autorità risolvesse il problema dall’alto. Lo facevano per se
stessi, per le proprie comunità.
Oggi
la situazione è decisamente più
complessa, e c’è bisogno di soluzioni politiche e legislative. Occorrerà fare,
sia pure in ritardo, quella pianificazione che non è stata fatta finora. Sarà
necessario decidersi ad abbattere delle case, e purtroppo non solo quelle degli
speculatori ma anche quelle di chi, non potendo acquistare una casa, se l’è
costruita come ha potuto, senza rispettare neanche le regole del buonsenso.
Perché se la tua casa rischia di uccidere i tuoi figli o quelli di qualcun
altro, lasciarla lì è come lasciare una pistola carica in mano a un bambino.
Talvolta il problema non sono nemmeno le case, ma le superfici cementate e impermeabilizzate che le circondano, la mancata messa in sicurezza dei costoni, l’abbattimento degli alberi per fare posto a terrazzi, giardini, viali e parcheggi. Anche in ambiente urbano, gli spazi verdi si riducono sempre più e sono sempre più trascurati. Gli alberi non piacciono: “sporcano” con le foglie, danneggiano l’asfalto con le radici, tolgono spazio alla circolazione e al parcheggio. Questi piccoli svantaggi sono molto più visibili dei grandi vantaggi della loro presenza: meno CO2, aria più pulita, umidità più costante, meno zanzare d’estate e meno allagamenti in inverno. La legge Rutelli imponeva a ogni comune di piantare un albero per ogni bambino nato, ma è totalmente disapplicata perché non vengono mai individuati gli spazi dove piantare gli alberi. A nessuno viene in mente di togliere via un po’ di asfalto e cemento dalle strade e dalle piazze.
Compito dei cittadini - e di chi si occupa di informarli e di sollecitare l’opinione pubblica - è quello di fare pressione sui politici e di tenere gli occhi aperti denunciando eventuali illegalità, lasciando poi alla magistratura il compito di accertare le responsabilità. Ma non solo. Perché l’intervento politico e legislativo, per quanto indispensabile, non potrà risolvere da solo il problema. I costi della gestione delle emergenze verificatisi finora, sommati a quelli della prevenzione da attuare al più presto, sono enormi e i tempi non sono brevi. Nel frattempo che facciamo? Aspettiamo i miracoli dall’alto, mentre la terra ci si sbriciola sotto i piedi, o prendiamo esempio dai nostri saggi antenati contadini? Non ci vuole poi molto. Se il letto di un torrente è invaso dai rifiuti, una giornata di volontariato per ripulirlo e delle ronde per sorvegliarlo richiedono solo qualche ora del nostro tempo, da sottrarre a Facebook o alla televisione; e anzi, proprio i social network possono aiutarci a trovare altri volontari. Se abbiamo un negozio, adottiamo un’aiuola. Trasformiamo il cortile condominiale in un orto urbano. Controlliamo i consumi energetici per ridurre la nostra quota di CO2. Usiamo carta riciclata e detersivi poco inquinanti. Costruiamo un nido per le rondini o un’arnia per le api, prima che si estinguano con grave danno per la vita vegetale... e per la nostra.
Ma
soprattutto, piantiamo alberi e prendiamocene cura. Piantiamoli in città, nelle
terre abbandonate, dietro la casa del vicino, in vacanza, dovunque possiamo.
Non preoccupiamoci se quando saranno cresciuti noi saremo altrove o troppo
vecchi, o se non saremo più in questo mondo: facciamolo perché è necessario e
perché è giusto. Facciamolo perché gli
alberi non sono nemici delle case, ma anzi spesso le salvano. Facciamolo
perché è divertente e perché è l’occasione per stare insieme agli altri e
riscoprire i contatti umani.
Facciamolo
e basta.
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lunedì 13 agosto 2012
Fuoco!!!
Incendi.
L’emergenza annunciata di ogni estate, come frane e alluvioni d’inverno.
E
mi sorprendo a notare quanto sia ancora distorta la percezione della gente.
Sento dire un milione di sciocchezze, per esempio che sarebbe il caldo a
causare gli incendi. Facciamo subito chiarezza: è l’uomo che provoca gli incendi, nel 70% dei casi con dolo, cioè
volontariamente, e nella maggior parte degli altri casi per incuria e
superficialità, per esempio bruciando sterpaglie senza tener conto del vento,
lasciando acceso il fuoco dopo un picnic, gettando il classico mozzicone acceso
dall’auto eccetera.Il
caldo, o più che altro la siccità, può rendere più facile l’attecchimento delle
fiamme, così come il vento può diffonderle più rapidamente. Ma i colpevoli
siamo sempre noi.
Ricordo
di aver conosciuto, anni fa, un anziano ufficiale della Guardia Forestale, che
alla mia domanda sui rischi di combustione spontanea rispose, sorridendo
amaramente, di aver visto un solo caso di autocombustione nella sua pur lunga
carriera.
Paradossalmente,
sono gli incendi che aggravano il caldo,
distruggendo l’ossigeno e diffondendo rapidamente massicce quantità di CO2, che
come sappiamo accentua l’effetto serra. E i danni non finiscono qui. Se i
Comuni si decidessero a tenere ben aggiornati i catasti delle aree percorse dal
fuoco, si potrebbe verificare che le aree incendiate oggi sono le stesse in
cui, di qui a uno o due inverni, si verificheranno devastanti frane. Che su
alcune aree bruciate sorgeranno case abusive, che la furia della frana
trascinerà giù, uccidendone gli abitanti. Che se il fuoco percorrerà un’area
già incendiata l’anno precedente, ricostituire l’ambiente boschivo sarà dieci
volte più difficile. La collina dei Camaldoli, a Napoli, viene incendiata ogni
anno a ferragosto e ormai è un cumulo di sterpaglie.
Perché
a ferragosto? Non perché fa caldo, ma perché in quel periodo la vigilanza si
allenta: VF e Guardia Forestale vanno in ferie e a sostituirli restano i più
giovani e inesperti, ma anche il controllo del territorio da parte dei
cittadini viene meno. Se sei via, in vacanza, non puoi accorgerti che la
collina dietro casa tua sta bruciando.
Eppure
nella percezione della gente l’incendio doloso o colposo non è un reato grave.
In fondo non muore nessuno, si sente dire. A parte il fatto che ogni anno
qualcuno ci rimette la vita perché viene sorpreso in casa dal fuoco o per
tentare di spegnerlo, come si fa a non rendersi conto che, di qui a uno, due,
tre anni ci saranno altri morti per le conseguenze dell’incendio di oggi?
Bruciare
un bosco ha qualcosa in comune con certi terribili reati, come picchiare un
bambino o violentare una donna. In entrambi i casi il danno non è solo quello
immediato, ma quello a lungo termine, assai più grave: il bambino picchiato
probabilmente diverrà un adulto che picchia i bambini, la donna violentata non
sarà mai più la stessa di prima. Così anche un territorio violentato dal fuoco,
che diffonderà morte anziché vita, disagio invece di fertilità e ricchezza.
Così
come per quelli che violentano donne e picchiano bambini, anche per i piromani
non c’è comprensione che tenga. Non m’importa se sono psicologicamente
disturbati, o se lo fanno per un qualche malinteso interesse. La catena dei
danni va spezzata subito. E si può farlo in un modo solo: mettendoli dentro.
Se
conoscete un piromane, denunciatelo. Anche se si tratta di vostro fratello o di
vostro padre. Vi sta rubando il futuro. Sta condannando a morte i vostri figli
o quelli di qualcun altro. Mandatelo in galera. E se esce di prigione e riprende
a farlo, denunciatelo ancora. Ne va della vita.
martedì 15 novembre 2011
La pioggia e gli alberi
Mentre scrivo questo post, il sole splende finalmente su tutta la Penisola. Il maltempo si è allontanato, lasciandosi dietro una scia di morte e distruzione. E purtroppo sappiamo che non è finita. Il maltempo tornerà, questa è solo una tregua. E puntualmente i nostri territori, già fragili geologicamente, subiranno danni e devastazioni. Persone subiranno danni gravissimi o addirittura moriranno. E dentro di me sale l’indignazione. Non è possibile che continuiamo a non voler vedere la realtà, a prendercela con la follia della Natura, a mettere in campo una prevenzione fiacca ed insufficiente, quando non addirittura controproducente (canalizzazione forzata delle acque, argini e opere di contenimento dei pendii in cemento...). Eppure la risposta a tutto è così semplice. I nostri saggi antenati lo hanno fatto per millenni:
PIANTARE ALBERI.
Gli alberi, lo abbiamo imparato tutti a scuola, con le loro radici trattengono il terreno sui suoli in pendenza, contribuendo a prevenire frane ed erosione e impedendo che la pioggia si riversi tutta a valle come una irrefrenabile valanga d’acqua. Le chiome frenano pioggia e grandine, attutendone l’impatto sul terreno, e al tempo stesso proteggono il suolo dal disseccamento con la loro ombra, consentendo la vita di piante più piccole, che a loro volta hanno importantissime funzioni ecologiche. Ma non basta. Se le piogge degli ultimi anni sono state così devastanti, è perché anche il clima è cambiato. Sentiamo tutti i giorni parlare di riscaldamento globale, ma ci sembra di non poterci fare niente. Sono le industrie e le centrali elettriche a produrre anidride carbonica, sono loro a dover limitare le emissioni, noi cosa possiamo fare?
Eppure tutti sappiamo (anche questo l’abbiamo imparato a scuola) che gli alberi catturano anidride carbonica e liberano ossigeno. Giusto quello che ci serve per mitigare il surriscaldamento del nostro pianeta. Qualcuno dirà che per ottenere qualche risultato, occorrerà piantare moltissimi alberi, e come si fa? UNO PER VOLTA. Se ognuno di noi, nella sua età adulta, piantasse un albero ogni anno, alla fine della sua vita avrebbe piantato circa cinquanta alberi. Sembrano pochi, ma moltiplicati per la popolazione fanno parecchi milioni di alberi che prima non c’erano.
Certo, non basta piantare gli alberi e scordarsene. Bisogna prendersene cura, almeno finché sono piccoli e fragili, ma vale la pena perché appena cresciuti saranno loro a prendersi cura di noi. Anche curare il territorio ripristinando i vecchi muretti a secco sui terreni collinari, coltivando le terre marginali, facendo saltare via il cemento da piazze e marciapiedi per piantare alberi, arbusti e piante d’ogni tipo, è un grosso aiuto. E oltre che utili, sono belli da vedere. Un tempo questi lavori venivano svolti dall’intera collettività del villaggio o del paese: il contatto con la terra, in una società contadina, era forte e alimentava la consapevolezza dei vantaggi della cura e dei rischi dell’incuria. Oggi, in una società più disgregata e meno legata alla terra, organizzarsi per piantare alberi e tirar su muretti di pietra sembra molto complicato, e in genere viene demandato alle Autorità. Che devono fare la loro parte, senza dubbio, ma anche noi tutti dobbiamo fare la nostra. Dobbiamo convincerci che l’aria che respiriamo, un territorio sano e non pericoloso, un clima dolce sono beni inestimabili. Beni che ci appartengono, e che non possiamo lasciare in mano a sindaci e ministri, disinteressandocene. E’ ora di rimboccarsi le maniche e di cominciare a fare una cosa, una cosa piccolissima e facile, e perfino piacevole, che tutti possiamo fare:
PIANTARE ALBERI E PRENDERSENE CURA.
Sabato 19, domenica 20 e lunedì 21 festeggiamo il nostro diritto a vivere bene sul nostro bel pianeta. Piantiamo alberi.
Per partecipare alla Festa dell’Albero seguite i link (a destra nella pagina) o... auto-organizzatevi!!!
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