"Regno di Nettuno" è il nome dell'Area Marina Protetta delle isole di Ischia e Procida, ricchissima di natura e di storia (dal santuario dei cetacei del Canyon di Cuma agli scavi sottomarini di Aenaria). Per molti anni la gestione di questa straordinaria ricchezza è stata gestita in maniera superficiale e discontinua, ma forse ora qualcosa sta cambiando.
Su La Nuova Ecologia due articoli:
Un futuro per il Regno di Nettuno
Navigando verso Aenaria
Se gli alberi sono i polmoni del pianeta, il mare ne è il cuore. Salvaguardarlo e rispettarlo è un atto di buonsenso e di egoismo intelligente.
Benvenuti
C'è una verità che spesso dimentichiamo: la vita sul nostro pianeta non può fare a meno degli alberi, della loro capacità straordinaria di nutrire la vita, di riportare equilibrio e armonia dove noi portiamo confusione e inquinamento. Gli alberi sono indispensabili, non solo perché respiriamo grazie a loro, ma anche perché possiedono una sorta di antica saggezza che possiamo apprendere osservandoli e imparando, per quanto possiamo, a imitarli.
Questo è il tema del mio libro ALBERI, ed è anche il tema di questo blog. Sarò felice di leggere i vostri commenti su questo e su tutto quanto riguarda queste straordinarie creature e il nostro rapporto con loro.
Lilly Cacace Rajola
© La proprietà dei testi e delle immagini contenuti in questo blog è riservata. È consentita la copia, nei limiti del 15%, per uso didattico.
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martedì 16 agosto 2016
Per il Regno di Nettuno
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Ubicazione:
Napoli, italia.
martedì 19 gennaio 2016
Epidemie
Mi hanno fatto notare che non ho mai parlato della Xylella,
il “batterio killer” (sic) che sta decimando gli ulivi pugliesi. Rimedio
facendolo ora.
Quando, nel 2013, cominciarono a girare le prime notizie
sull’epidemia, il mio primo pensiero andò a un’altra vicenda, quella degli
ulivi secolari trafugati dalle campagne pugliesi per poi venderli come
ornamenti da giardino in tutta Italia. Sentivo che c’era qualcosa in comune fra
le due storie, ma non sapevo ancora cosa.
Nel frattempo l’epidemia si è estesa e ne è nato un braccio
di ferro fra i difensori degli alberi e le autorità, che hanno imposto
l’eradicazione non solo delle piante infette, ma anche di quelle sane in un
raggio di cento metri, radendo così al suolo ettari di campagne dove solo qualche
pianta era malata. Finché non li ha fermati la Procura di Lecce, sequestrando gli ulivi malati e impedendone l’abbattimento
fino alla chiusura dell’inchiesta: sembra infatti, da una perizia tecnica, che
non sia sufficientemente provato che sia la Xylella da sola a causare la morte
degli ulivi, ma che ci siano anche altre cause. Sembra inoltre che la Xylella
sia presente in Puglia da molto tempo, tanto da essere mutata in ben nove ceppi
diversi. Insomma, i dubbi sono più delle certezze.
Prima e meglio dei periti giudiziari, però, ad aprirmi gli
occhi è un mio amico contadino: «Ma quale batterio, ma quale epidemia, la vera
malattia è l’incuria!» Il mio amico sa di cosa parla: vignaiolo fin da bambino,
ha passato una vita (settanta gagliardissimi anni) a tirare su le parracine, i muretti a secco dei vigneti
collinari, rimettendoli in sesto ogni volta che un temporale li scompigliava,
per prevenire frane e smottamenti. «Io ci sono stato più volte in quelle
campagne pugliesi -dice- ed è un abbandono totale. Il terreno non è mai curato,
quel poco di lavoro che fanno lo fanno con trattori e diserbanti, per anni mai
una bella zappata, una concimazione col letame, una bella potatura accarezzata... poi tutto insieme
tagliano con la motosega, così gli alberi soffrono, e poi si meravigliano se si
ammalano». Saggezza popolare: gli esperimenti scientifici più recenti sono
arrivati alla stessa conclusione.
Del resto la prova ce l’ho sotto gli occhi. Quando guardo
fuori dalla finestra della mia casa di Ischia, vedo una bella palma ondeggiare
nel vento. Qualche anno fa, all’epoca dell’infestazione del punteruolo rosso
(altro “killer”, ricordate?) era stata data per spacciata, le foglie tutte
secche. Ma fu testardamente curata e potata, anche se tutti dicevano che non
c’era nulla da fare, e ora sfoggia una bella chioma verdeggiante. Il tronco ha
una forma strana, con un rigonfiamento e una strozzatura, ma lei è viva e lo
sarà ancora per un bel po’.
Quanto alle eradicazioni a tappeto, a me sono sembrate dal
primo momento un’assurdità. Mi ricordano quel film, Virus letale, in cui Dustin Hoffman e Donald Sutherland (militari
statunitensi) per bloccare un’epidemia distruggono un villaggio africano, e poi
dopo vent’anni il virus rispunta fuori in una cittadina americana e non si sa
come combatterlo. Sutherland vorrebbe distruggere la città, ma viene fermato
giusto in tempo da Hoffman che, indagando nel centro dell’epidemia, scopre
finalmente come curarla. Distruggere l’epicentro di un’epidemia è pericoloso
perché proprio lì si trovano le risposte alle domande di chi cerca una cura.
Superficialità, incuria, abbandono: eccolo dunque il legame
fra la vicenda degli ulivi trafugati e questa della Xylella. Se provi a
trafugare una pianta dal vigneto del mio amico contadino, devi vedertela con
lui, perché le conosce e le cura una per una. «Siente a mmé -dice- le malattie in campagna ogni tanto vengono, e
molte piante muoiono, però se la terra è sana la malattia passa, le piante che
non muoiono si riprendono, e in qualche anno tutto torna come prima».
Certamente malattie e infestazioni delle piante
si sono fatte più frequenti e violente negli ultimi anni, probabilmente a causa
dei cambiamenti climatici (provocati da noi) e della cattiva globalizzazione
(anche quella colpa nostra) che insieme alle merci fa viaggiare per tutto il
globo patogeni un tempo isolati in piccole aree. Ma questo significa solo che
dovremo imparare ad avere più cura della terra. Molta di più.
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domenica 16 febbraio 2014
Alberi e case
Ogni
anno è peggio.
Ogni
anno la stagione delle piogge si lascia dietro uno strascico di macerie e
morti, e un fiume di chiacchiere inutili. Non se ne può più dei politici che
promettono soluzioni ma non sono in grado neanche di tamponare le emergenze più
urgenti, e non se ne può più del circo mediatico, dei telegiornali che sparano
titoli drammatici a ogni alluvione per dimenticare tutto subito dopo. Nei talk
show vengono rispolverati in fretta gli ambientalisti, solitamente evitati come
la peste e bollati come menagrami privi di ogni realismo; e c’è sempre
qualcuno, che ambientalista non è, che pur di apparire più ambientalista degli
ambientalisti se la prende perfino con i morti: hai costruito la tua casa
sull’argine di un fiume o sotto un costone franoso, in barba alle leggi e a
ogni buonsenso? Colpa tua se sei morto, ben ti sta.
Che
follia.
Per
affrontare seriamente il problema del dissesto idrogeologico che affligge tutta
l’Italia, serve un atteggiamento mentale del tutto diverso, e prima di tutto
gli ambientalisti andrebbero ascoltati ogni giorno e non solo dopo le tragedie.
Perché conoscono il problema meglio degli altri, perché sono in grado di
individuare le connessioni fra economia, politica e ambiente; fra i cambiamenti
climatici, la gestione dei territori e la coesione delle comunità umane che sui
territori ci vivono. Perché hanno seguito la vicenda da ben prima che mostrasse
le sue gravi conseguenze e sono in grado di proporre le soluzioni integrate che
servono per risolvere un problema così complesso e intricato.
Ma
come siamo arrivati fin qui?
Potremmo dare la colpa al pasticcio legislativo degli ultimi 50 anni, con alcune leggi fin troppo rigorose, ma totalmente disapplicate a livello regionale e locale, scavalcate poi dai condoni che tutto appianavano e tutto - apparentemente - normalizzavano. Mi ricordo bene che buona parte della Campania, dopo la promulgazione della Legge Galasso, rimase per decenni in stallo, in attesa della creazione dei piani territoriali paesistici. Nel frattempo, tutti ladri, tutti onesti: il cittadino che allargava di un metro la stanza da bagno era messo sullo stesso piano dello speculatore che tirava su palazzi di 10 piani, a tutto vantaggio di quest’ultimo.
Per quanto mi faccia rabbia tutto ciò, però, devo riconoscere che non si tratta di una causa ma di un effetto. La causa principale è la mancanza di pianificazione e il disinteresse per le sorti del territorio e dell’ambiente. E non prendiamocela solo con i politici. Non ci vuole un sindaco per tirare su un muro a secco che, messo lì dalla saggezza millenaria dei contadini, comincia a sbriciolarsi. Non occorre un ministro per capire che se tutte le strade e le piazze della città sono impermeabilizzate da asfalto e cemento, oltre a quintali di anidride carbonica avremo valanghe d’acqua che scorrono su quelle lisce superfici.
Per quanto mi faccia rabbia tutto ciò, però, devo riconoscere che non si tratta di una causa ma di un effetto. La causa principale è la mancanza di pianificazione e il disinteresse per le sorti del territorio e dell’ambiente. E non prendiamocela solo con i politici. Non ci vuole un sindaco per tirare su un muro a secco che, messo lì dalla saggezza millenaria dei contadini, comincia a sbriciolarsi. Non occorre un ministro per capire che se tutte le strade e le piazze della città sono impermeabilizzate da asfalto e cemento, oltre a quintali di anidride carbonica avremo valanghe d’acqua che scorrono su quelle lisce superfici.
Fino
a un secolo fa, i contadini ogni novembre si riunivano e piantavano alberi (vedi il post del 27 ottobre 2011) per
consolidare il terreno, e più volte all’anno ripulivano le vie d’acqua come i
letti dei torrenti, per garantirne il libero scorrimento e prevenire
straripamenti e alluvioni. Nessuno li pagava per questo, né si aspettavano che
una qualche autorità risolvesse il problema dall’alto. Lo facevano per se
stessi, per le proprie comunità.
Oggi
la situazione è decisamente più
complessa, e c’è bisogno di soluzioni politiche e legislative. Occorrerà fare,
sia pure in ritardo, quella pianificazione che non è stata fatta finora. Sarà
necessario decidersi ad abbattere delle case, e purtroppo non solo quelle degli
speculatori ma anche quelle di chi, non potendo acquistare una casa, se l’è
costruita come ha potuto, senza rispettare neanche le regole del buonsenso.
Perché se la tua casa rischia di uccidere i tuoi figli o quelli di qualcun
altro, lasciarla lì è come lasciare una pistola carica in mano a un bambino.
Talvolta il problema non sono nemmeno le case, ma le superfici cementate e impermeabilizzate che le circondano, la mancata messa in sicurezza dei costoni, l’abbattimento degli alberi per fare posto a terrazzi, giardini, viali e parcheggi. Anche in ambiente urbano, gli spazi verdi si riducono sempre più e sono sempre più trascurati. Gli alberi non piacciono: “sporcano” con le foglie, danneggiano l’asfalto con le radici, tolgono spazio alla circolazione e al parcheggio. Questi piccoli svantaggi sono molto più visibili dei grandi vantaggi della loro presenza: meno CO2, aria più pulita, umidità più costante, meno zanzare d’estate e meno allagamenti in inverno. La legge Rutelli imponeva a ogni comune di piantare un albero per ogni bambino nato, ma è totalmente disapplicata perché non vengono mai individuati gli spazi dove piantare gli alberi. A nessuno viene in mente di togliere via un po’ di asfalto e cemento dalle strade e dalle piazze.
Compito dei cittadini - e di chi si occupa di informarli e di sollecitare l’opinione pubblica - è quello di fare pressione sui politici e di tenere gli occhi aperti denunciando eventuali illegalità, lasciando poi alla magistratura il compito di accertare le responsabilità. Ma non solo. Perché l’intervento politico e legislativo, per quanto indispensabile, non potrà risolvere da solo il problema. I costi della gestione delle emergenze verificatisi finora, sommati a quelli della prevenzione da attuare al più presto, sono enormi e i tempi non sono brevi. Nel frattempo che facciamo? Aspettiamo i miracoli dall’alto, mentre la terra ci si sbriciola sotto i piedi, o prendiamo esempio dai nostri saggi antenati contadini? Non ci vuole poi molto. Se il letto di un torrente è invaso dai rifiuti, una giornata di volontariato per ripulirlo e delle ronde per sorvegliarlo richiedono solo qualche ora del nostro tempo, da sottrarre a Facebook o alla televisione; e anzi, proprio i social network possono aiutarci a trovare altri volontari. Se abbiamo un negozio, adottiamo un’aiuola. Trasformiamo il cortile condominiale in un orto urbano. Controlliamo i consumi energetici per ridurre la nostra quota di CO2. Usiamo carta riciclata e detersivi poco inquinanti. Costruiamo un nido per le rondini o un’arnia per le api, prima che si estinguano con grave danno per la vita vegetale... e per la nostra.
Ma
soprattutto, piantiamo alberi e prendiamocene cura. Piantiamoli in città, nelle
terre abbandonate, dietro la casa del vicino, in vacanza, dovunque possiamo.
Non preoccupiamoci se quando saranno cresciuti noi saremo altrove o troppo
vecchi, o se non saremo più in questo mondo: facciamolo perché è necessario e
perché è giusto. Facciamolo perché gli
alberi non sono nemici delle case, ma anzi spesso le salvano. Facciamolo
perché è divertente e perché è l’occasione per stare insieme agli altri e
riscoprire i contatti umani.
Facciamolo
e basta.
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venerdì 25 gennaio 2013
Votare non basta
E' cominciato il solito balletto della campagna elettorale. Tutti fanno polemica contro tutti, ognuno corteggia l'elettorato dell'altro ma i contenuti "veri" restano sullo sfondo. Anche quelli che mettono in risalto problemi reali, come la disoccupazione il perdurare della crisi economica, sono poi molto meno chiari quando propongono le soluzioni. Bersani, che forse è uno dei migliori, si incasina con la questione della patrimoniale (la vuole, non la vuole, la confonde con l'IMU) e va in fibrillazione per la crisi del Montepaschi; Grillo fa il populista ma poi ruggisce contro il redditometro e strizza l'occhio all'estrema destra, Berlusconi che ne parlammo a fà... e così via. Certo non è facile scegliere per chi votare. Io cercherò di andare a fondo, di conoscere i programmi e di fare una scelta ponderata, perché so che il voto è un importante esercizio di democrazia. Ma c'è una riflessione che mi conforta e al tempo stesso mi preoccupa: la democrazia non comincia e non finisce con il voto. Ci sono molti altri modi e mezzi per far sentire la propria voce, per cambiare le cose: associarsi, proporre petizioni, interrogazioni, leggi d'iniziativa popolare... anche distribuire un volantino in una piazza è un importante esercizio di democrazia se smuove le acque e aiuta a ottenere un cambiamento reale.
Perciò invito tutti a votare chi vogliono, ma a non dimenticarsi di essere cittadini il giorno dopo il voto: è il nostro impegno civile che fa davvero la differenza.
A rileggerci presto.
lunedì 13 agosto 2012
Fuoco!!!
Incendi.
L’emergenza annunciata di ogni estate, come frane e alluvioni d’inverno.
E
mi sorprendo a notare quanto sia ancora distorta la percezione della gente.
Sento dire un milione di sciocchezze, per esempio che sarebbe il caldo a
causare gli incendi. Facciamo subito chiarezza: è l’uomo che provoca gli incendi, nel 70% dei casi con dolo, cioè
volontariamente, e nella maggior parte degli altri casi per incuria e
superficialità, per esempio bruciando sterpaglie senza tener conto del vento,
lasciando acceso il fuoco dopo un picnic, gettando il classico mozzicone acceso
dall’auto eccetera.Il
caldo, o più che altro la siccità, può rendere più facile l’attecchimento delle
fiamme, così come il vento può diffonderle più rapidamente. Ma i colpevoli
siamo sempre noi.
Ricordo
di aver conosciuto, anni fa, un anziano ufficiale della Guardia Forestale, che
alla mia domanda sui rischi di combustione spontanea rispose, sorridendo
amaramente, di aver visto un solo caso di autocombustione nella sua pur lunga
carriera.
Paradossalmente,
sono gli incendi che aggravano il caldo,
distruggendo l’ossigeno e diffondendo rapidamente massicce quantità di CO2, che
come sappiamo accentua l’effetto serra. E i danni non finiscono qui. Se i
Comuni si decidessero a tenere ben aggiornati i catasti delle aree percorse dal
fuoco, si potrebbe verificare che le aree incendiate oggi sono le stesse in
cui, di qui a uno o due inverni, si verificheranno devastanti frane. Che su
alcune aree bruciate sorgeranno case abusive, che la furia della frana
trascinerà giù, uccidendone gli abitanti. Che se il fuoco percorrerà un’area
già incendiata l’anno precedente, ricostituire l’ambiente boschivo sarà dieci
volte più difficile. La collina dei Camaldoli, a Napoli, viene incendiata ogni
anno a ferragosto e ormai è un cumulo di sterpaglie.
Perché
a ferragosto? Non perché fa caldo, ma perché in quel periodo la vigilanza si
allenta: VF e Guardia Forestale vanno in ferie e a sostituirli restano i più
giovani e inesperti, ma anche il controllo del territorio da parte dei
cittadini viene meno. Se sei via, in vacanza, non puoi accorgerti che la
collina dietro casa tua sta bruciando.
Eppure
nella percezione della gente l’incendio doloso o colposo non è un reato grave.
In fondo non muore nessuno, si sente dire. A parte il fatto che ogni anno
qualcuno ci rimette la vita perché viene sorpreso in casa dal fuoco o per
tentare di spegnerlo, come si fa a non rendersi conto che, di qui a uno, due,
tre anni ci saranno altri morti per le conseguenze dell’incendio di oggi?
Bruciare
un bosco ha qualcosa in comune con certi terribili reati, come picchiare un
bambino o violentare una donna. In entrambi i casi il danno non è solo quello
immediato, ma quello a lungo termine, assai più grave: il bambino picchiato
probabilmente diverrà un adulto che picchia i bambini, la donna violentata non
sarà mai più la stessa di prima. Così anche un territorio violentato dal fuoco,
che diffonderà morte anziché vita, disagio invece di fertilità e ricchezza.
Così
come per quelli che violentano donne e picchiano bambini, anche per i piromani
non c’è comprensione che tenga. Non m’importa se sono psicologicamente
disturbati, o se lo fanno per un qualche malinteso interesse. La catena dei
danni va spezzata subito. E si può farlo in un modo solo: mettendoli dentro.
Se
conoscete un piromane, denunciatelo. Anche se si tratta di vostro fratello o di
vostro padre. Vi sta rubando il futuro. Sta condannando a morte i vostri figli
o quelli di qualcun altro. Mandatelo in galera. E se esce di prigione e riprende
a farlo, denunciatelo ancora. Ne va della vita.
lunedì 9 gennaio 2012
Alberi monumentali parte prima – Gli alberi e la memoria
Accadde il 23 maggio 1992, lo stesso giorno della strage di Capaci, quando furono assassinati Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della loro scorta. Alla notizia della strage, spontaneamente le persone cominciarono a radunarsi sotto casa di Falcone, in un primo momento in cerca di notizie più precise di quelle dei media, poi per dimostrare a quegli eroi civili la propria solidarietà e il proprio cordoglio. Accanto al portone cresceva una giovane pianta di ficus, che presto si ritrovò coperta di foglietti contenenti messaggi di cittadini che con quel semplice gesto si ponevano dalla parte dei servitori dello Stato uccisi e contro la mafia.
Sono trascorsi vent’anni e l’ “Albero Falcone”, come affettuosamente lo chiamano i palermitani, non ha smesso per un attimo di essere ricoperto di messaggi. E’ impossibile passare di lì e non vederlo. E’ impossibile vederlo senza ricordare. E’ impossibile ricordare senza pensare. Gli alberi hanno spesso, per noi umani, un forte legame con la memoria, forse perché molti di essi vivono assai più a lungo di noi. Gli alberi vecchi, oltre alla memoria genetica della loro specie, conservano quindi anche quella delle comunità umane. Ci sono alberi piantati apposta per ricordare, come quelli del giardino dei Giusti a Gerusalemme, o come quelli di tutti i nostri cimiteri, che sembrano pacificare le anime addolorate per la perdita di una persona cara dandoci il senso del fluire eterno della vita. Ci sono poi alberi che si sono trovati per caso ad essere testimoni di eventi storici, o che hanno avuto la ventura di incontrare personaggi famosi, come il Pino di Garibaldi o il Platano di Lamartine. Ci sono anche alberi che pur non essendo stati al centro di eventi straordinari o accanto a persone famose, conservano il ricordo di sagre antiche, di raduni di contadini prima delle fatiche dei campi, o segnano un incrocio dove un tempo i mercanti si incontravano per scambiare le loro merci. Ogni albero, anche il più umile, porta le tracce della vita della comunità umana che lo circonda, e quanto più è vecchio, tanto più è depositario della storia di quella comunità.
![]() |
| Ragazzi lasciano un messaggio di legalità sul ficus di Falcone |
(continua nel prossimo post)
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giovedì 27 ottobre 2011
La Festa dell'Albero
La Festa dell’Albero trae le sue origini dalla festa che i contadini di tutta Europa celebravano, fin dai tempi degli antichi Romani, in autunno, per festeggiare la messa a dimora delle nuove piante nei boschi e nelle terre comuni. Nella loro antica saggezza i contadini sapevano che è bene rimpiazzare subito le piante perse a causa di catastrofi naturali o del taglio della legna; e, per portare a termine questa operazione in breve tempo e con successo, era d’uso unire le forze dell’intero villaggio.
Questa bella consuetudine, ripresa da Legambiente da oltre 20 anni, ha acquisito nuovi significati, senza perdere quello originario: infatti oltre a piantare nuovi alberi (per prevenire o attenuare i rischi idrogeologici, per mitigare il surriscaldamento globale, per migliorare la qualità della vita delle persone), ci si impegna a prendersene cura (adozione) e a diffondere una cultura di rispetto per gli alberi e per la Natura in genere. Un festeggiamento particolare viene poi riservato agli alberi monumentali, quelli cioè che per varie ragioni possono essere considerati patriarchi della loro specie e/o testimoni di eventi storici (come il platano di Lamartine, che si trova nell’isola d’Ischia, sotto la cui ombra il poeta scriveva versi immortali), unendo così la storia naturale a quella degli uomini.
La Festa dell’Albero nel racconto di Ugo Foscolo:
“12 novembre
Jeri giorno di festa abbiamo con solennità trapiantato i pini delle vicine collinette sul monte rimpetto alla chiesa. Mio padre pure tentava di fecondare quello sterile monticello; ma i cipressi ch’esso vi pose non hanno mai potuto allignare, e i pini sono ancor giovinetti. Assistito io da parecchi lavoratori ho coronato la vetta, onde casca l’acqua, di cinque pioppi, ombreggiando la costa orientale di un folto boschetto che sarà il primo salutato dal sole quando splendidamente comparirà dalle cime dei monti. E jeri, appunto, il sole più sereno del solito riscaldava l’aria irrigidita dalla nebbia del morente autunno.
Le villanelle vennero sul mezzodì co’ loro grembiuli di festa intrecciando i giuochi e le danze di canzonette e di brindisi. Tale di esse era la sposa novella, tale la figliuola, e tal altra la innamorata di alcuno dei lavoratori; e tu sai che i nostri contadini sogliono, allorché si trapianta, convertire la fatica in piacere, credendo per antica tradizione de’ loro avi e bisavi, che senza il giolito de’ bicchieri gli alberi non possano mettere salda radice nella terra straniera.
Frattanto io mi vagheggiava nel lontano avvenire un pari giorno di verno quando canuto mi trarrò passo passo sul mio bastoncello a confortarmi a’ raggi del Sole, compiacendomi delle frutta che, benché tarde, avranno prodotto gli alberi piantati dal padre mio. E quando le ossa mie fredde dormiranno sotto quel boschetto alloramai ricco ed ombroso, se talvolta lo stanco mietitore verrà a ristorarsi dall’arsura di giugno, esclamerà: egli innalzò queste fresche ombre ospitali!”
da: Ugo Foscolo, Le ultime lettere di Jacopo Ortis , rid. e adatt.
Un solo commento: essere ricordati per aver piantato degli alberi è molto più gratificante della fama effimera che spesso si rincorre (aver successo in politica, fare soldi, apparire in televisione...). Anche perché gli alberi spesso vivono più a lungo di noi...
Io partecipo alla Festa dell’Albero, e voi???
Per partecipare alla Festa dell’Albero:
Sul sito di Legambiente http://www.legambiente.it/contenuti/articoli/la-festa-dell-albero-2011
troverete tutte le notizie sulle passate edizioni della Festa dell’Albero. Cliccando su http://www.legambiente.it/legambiente/mappa-sedi
potrete rintracciare il gruppo di Legambiente più vicino a voi. Se non trovate nessun gruppo di Legambiente, auto-organizzatevi! Chiedete al vostro Comune di affidarvi una piccola area incolta o trascurata (anche un’aiuola) e adottatela. Le piante spesso le fornisce gratuitamente la Guardia Forestale. Buon lavoro e... fatemi sapere!
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